VALERIO, CORTESE, GRANDE ARACRI: SCONTRO DURO E A DISTANZA IN CORTE D’ASSISE

29 Maggio 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

OMICIDIO DRAMORE

Due mesi di processo in Corte d’Assise a Reggio Emilia per gli omicidi del 1992. Poche udienze fino ad oggi ma sufficienti per valutare la consistenza della struttura sulla quale poggia l’impianto accusatorio sostenuto in aula dal PM Beatrice Ronchi. Non tanto o solo le indagini e i riscontri probatori, perché a rendere solida questa struttura è soprattutto la memoria di due persone: i collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese.

Entrambi rei confessi di avere fatto parte del commando che operò a Brescello dove venne ucciso Giuseppe Ruggiero; entrambi capaci di ricordare a distanza di 27 anni una miriade di dettagli straordinariamente coincidenti sul prima, il durante e il dopo di quei due omicidi eccellenti che segnarono l’inizio della fine per le famiglie mafiose Vasapollo e Ruggiero in provincia di Reggio Emilia.

Antonio Valerio ha terminato la propria deposizione il 17 maggio rispondendo alle domande degli avvocati difensori. Com’era prevedibile non sono mancate le scintille e le polemiche, dato il carattere focoso dell’ex ‘ndranghetista “a statuto speciale” che mal sopporta (sia in questo processo che nel precedente primo grado di Aemilia) le contestazioni dei legali di parte. Ma, singolarmente, più di lui ha mostrato nervosismo durante la deposizione l’imputato eccellente collegato in video conferenza dal carcere di Opera a Milano: Nicolino Grande Aracri. All’apertura dell’udienza Mano di Gomma ha chiesto la parola per rendere una dichiarazione spontanea, e in pochi minuti ha attaccato prima Valerio, sostenendo che “di suo non sa niente perché copia da quell’altro bugiardo di Salvatore Cortese”, e poi la Corte, responsabile delle modalità con le quali si svolgeva l’interrogatorio: “Non si è mai visto in un processo” ha detto in sostanza “che un collaboratore di giustizia possa parlare e rispondere alle domande consultando una marea di documenti sul tavolo e utilizzando il telefonino sul quale può ricevere in diretta facebook e in tempo reale le informazioni relative all’udienza in corso”. Ascoltiamolo…

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Il filmato trasmesso in aula di cui parla Grande Aracri, che mostrava la discesa della bara di Vasapollo dall’appartamento di Pieve Modolena, in realtà Valerio lo conosce molto bene perché è stato lui a segnalarlo alla Direzione Antimafia: l’aveva visto trasmesso da Telereggio nel settembre del 1992 e i Pubblici Ministeri l’avevano acquisito agli atti.

Nicolino Grande Aracri però non demorde e il 24 maggio, mentre dietro un paravento in aula è già sistemato e sta parlando Angelo Salvatore Cortese, interrompe l’interrogatorio alle 10,17 per una nuova dichiarazione spontanea e quando finalmente, più tardi, il giudice Dario De Luca gli dà la parola, attacca su di un altro fronte: “Oggi è negato il diritto degli imputati previsto dal codice di procedura penale di assistere agli interrogatori in collegamento audio video”. I giudici chiedono conferma e i tecnici cadono dalle nuvole: il collegamento è perfettamente funzionante. Ma Grande Aracri spiega: “Io vedo solo un paravento. Non vedo le spalle di Cortese, come vedevo le spalle di Valerio.”

È il suo modo di far sapere che lui c’è, che ascolta, che guarda. Con attenzione e competenza. Per far sentire il peso di un controllo che senza paravento graverebbe tutto sulle spalle del collaboratore. Per fargli sentire il fiato sul collo.

La dottoressa Beatrice Ronchi si è alzata dicendo semplicemente: “Chiedo che non accada mai più una interruzione dal carcere senza preavviso mentre parla il collaboratore”. Il dott. De Luca ha richiamato la Polizia Penitenziaria ad attenersi alle norme e l’interrogatorio è proseguito senza intoppi. Ma anche questo dettaglio è significativo della tensione che si respira in aula.

Angelo Salvatore Cortese ha potuto poi aprire la sua rigorosa memoria sui tempi andati, come aveva già fatto due anni prima nell’aula bunker di Aemilia. E con calma, chiarezza, dovizia di dettagli, raccontare prima il suo ingresso in ‘ndrangheta, poi il contesto di riferimento negli anni Novanta, infine i protagonisti e i movimenti relativi agli omicidi. Ha iniziato dal 1985, quando fu battezzato a Cutro col grado di Picciotto da Salvatore Dragone e Francesco Ruggiero. Nell’87 il passaggio alla Camorra dalle mani di Antonio Ciampà e Mico Megna; nel ’90 la dote dello Sgarro, la più alta della Società Minore; in carcere dopo l’arresto del ’93 l’ingresso nella Società Maggiore con la Santa e il Vangelo. Infine il Crimine, il grado più elevato, concesso nel ’99 da Grande Aracri e Pasquale Nicoscia.

Il racconto è lungo e percorre le tappe dell’irresistibile ascesa dei Grande Aracri sui cadaveri dei Dragone, conclusa nel 2004 con l’uccisione del capo Antonio, ma nel 1992 le due famiglie sono ancora alleate e con loro stanno anche i Ciampà e gli Arena quando c’è da ammazzare Ruggiero e Vasapollo. Alla fine i capitoli del racconto di Cortese si sovrappongono e si incastrano con quelli di Antonio Valerio, fornendo robusti elementi di conferma alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità sostenuta dall’accusa. Con un solo elemento di contraddizione che ancora permane e che già era emerso al precedente processo: la presenza o meno nel gruppo omicida che andò a Brescello di Aldo Carvelli. È un uomo di ‘ndrangheta residente a Milano, già condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ruggiero Dramore in provincia di Cremona (ucciso poche settimane prima di Vasapollo e Ruggiero, ucciso come loro per vendicare la morte in estate di Paolo Lagrotteria a Cutro, a sua volta ucciso per vendicare la morte di Giuseppe Vasapollo a Reggio Emilia nel 1979…).

Secondo Valerio del commando che partì travestito da carabinieri alla volta di Brescello nell’ottobre 1992 faceva parte anche Aldo Carvelli detto Sparalesto. Secondo Cortese invece no, ed è proprio per sostituire Carvelli che a suo dire entra nel gruppo anche il killer Antonio Le Rose detto René, sconosciuto alla vittima Ruggiero e in grado quindi di farsi aprire la porta travestito da Carabiniere senza essere identificato. Le Rose è oggi a processo assieme a Grande Aracri, Angelo Greco e Antonio Ciampà, mentre Nicolino Sarcone e Antonio Valerio sono già stati condannati nel rito abbreviato.

Cortese, a precisa domanda del Pubblico Ministero, ha confermato in Corte d’Assise che in base ai suoi ricordi Carvelli non c’era. Nell’udienza precedente Valerio aveva confermato che Carvelli c’era. Ma è bene ricordare che Salvatore Cortese non salì sulla finta auto dei Carabinieri guidata da Valerio, dovendosi invece occupare dello scappotto, cioè dell’appoggio logistico per la successiva fuga a Milano. E per contro va ricordato che Antonio Valerio arrivò all’ultimo minuto al raduno del commando che partì per Brescello, essendo a casa agli arresti domiciliari e non potendo quindi per precauzione partecipare a tutte le fasi della preparazione. Per ora c’è una sola cosa certa: Aldo Carvelli non è imputato al processo, dunque la Procura Antimafia non ritiene provata la sua partecipazione.

In attesa del rientro in aula di Cortese e del proseguo della deposizione, il primo giorno dei suoi racconti ha offerto come era prevedibile una miriade di elementi, di informazioni, di spunti, che fanno di lui una sorta di enciclopedia vivente delle cosche cutresi di fine secolo. Ha ricordato che quella di Brescello non fu la prima azione della ‘ndrangheta su di una finta auto dei Carabinieri. Era già successo giù in Calabria per una spedizione di morte interrotta due volte a metà. In un caso per la foratura di una gomma, nell’altro perché… qualcuno aveva rubato la benzina dall’auto costringendo il commando a fermarsi sulla carreggiata e a dirigere il traffico come veri Carabinieri. Rubare la benzina dall’auto dei Carabinieri è roba che solo un uomo di ‘ndrangheta può permettersi di fare, soprattutto di una cosca esperta nel “vampirizzare i serbatoi”, come abbiamo già raccontato. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.

Gli aspetti tragicomici del racconto non mancano, ma Salvatore Cortese è molto serio quando ricorda che Nicolino Grande Aracri “poteva fare la guerra con la Libia, grazie a tutte le armi che possedeva”. Perché, conclude, “Un clan non si può chiamare clan, se non possiede le armi”.

Che servono per uccidere. L’uomo che le ha usate per quello scopo tante volte, da settanta a cento secondo Antonio Valerio, è là che segue la videoconferenza con grande attenzione, guardando il paravento dietro il quale parla Cortese. È Nicolino Grande Aracri, che prepara il controinterrogatorio telefonando spesso ai propri legali. Si torna in aula l’ultimo giorno di maggio.

 

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