LA SINDROME DI GRIMILDE DUE ANNI DOPO

26 Giugno 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

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L’inchiesta Grimilde è come una dependance di Aemilia, che apre quando l’albergo principale chiude momentaneamente per “lavori in corso”, nel gennaio 2015. I lavori in corso sono i 116 arresti comandati dal giudice di Bologna Alberto Ziroldi, che interrompe le variegate attività in Emilia Romagna della cosca Sarcone/Grande Aracri e apre così il più grande processo italiano alla ‘ndrangheta.

Ed è curiosamente lo stesso Alberto Ziroldi che l’11 giugno 2019, pochi giorni fa, decide la chiusura anche della dependance collocata a Brescello, non lontano dalla casa madre, rispondendo ad una corposa richiesta firmata dal sostituto procuratore Beatrice Ronchi.

76 indagati (13 nella sola Brescello) 24 richieste di arresti cautelari di cui 16 accolte, 13 accusati del 416 bis, ovvero appartenenza ad associazione criminale di stampo mafioso. Una famiglia sotto accusa, quella di Francesco Grande Aracri, della moglie Santina Pucci, dei figli Paolo, Rosita e Salvatore, detto Calamaro e vero reggente delle attività esterne dopo che la nomea del padre era stata compromessa dalla condanna in Edilpiovra. L’uomo che già secondo Aemilia era il vero proprietario dei due locali più “in” di Reggio Emilia, qualche tempo fa, sul fronte discoteche giovanili: il Los Angeles a Quattro Castella e l’Italghisa in città. Anche Carmelina, moglie di Salvatore e con lui residente a Brescello, è indagata, e assieme a lei altri quattro membri della famiglia Passafaro che abita a Viadana.

Erano loro, assieme ad altri illustri compagni di avventura, a mandare avanti le attività di ‘ndrangheta dalla dependance di Brescello dopo il gennaio 2015, con il consueto corredo di intestazioni fittizie, minacce e intimidazioni, falsi e truffe, estorsioni e recupero crediti, furti e sfruttamento dei lavoratori. Carpentieri e muratori in particolare, reclutati secondo l’indagine dal vecchio boss Francesco Grande Aracri, che insegnava al figlio Salvatore come si sfrutta al meglio il caporalato e andava personalmente a Bruxelles per gestire le attività che varcavano i confini.

Il tutto commesso tra il 2004 e il 2018, con particolare intensità d’azione negli ultimi quattro anni, quando gli uomini liberi della cosca coprivano anche i vuoti lasciato da quelli in galera. Quando qualcuno qui s’illudeva che tutto fosse finito.

Grimilde si sviluppa sul fronte delle indagini con una forte attività di intercettazione e di controlli effettuati da Polizia e Guardia di Finanza, incrociata con le verifiche delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia durante il processo Aemilia. E’ così che emergono nomi nuovi della cosca e personaggi eccellenti della “zona grigia”, come la definisce il Procuratore di Bologna Giuseppe Amato: liberi professionisti a disposizione con le proprie competenze e soprattutto con le proprie relazioni.

Il caso più eclatante è quello riguardante Giuseppe Caruso, dipendente dell’Ufficio delle Dogane di Piacenza, accusato del 416bis assieme al fratello Albino e capace (a proprio dire) di muovere mari e monti per gli interessi della cosca. Giuseppe Caruso è anche presidente del Consiglio Comunale di Piacenza, in quota alla formazione di destra Fratelli d’Italia, la cui leader nazionale Giorgia Meloni ha annunciato ieri l’espulsione dal partito del Presidente arrestato.

Ricordiamo per inciso che anche l’ex presidente del Consiglio Comunale di Parma Giovanni Paolo Bernini fu accusato in Aemilia di concorso esterno all’associazione mafiosa, ma il reato venne riqualificato ed estinto per avvenuta prescrizione. E ricordiamo che anche il capogruppo di Forza Italia in Consiglio Comunale a Reggio Emilia, Giuseppe Pagliani, è ancora sotto processo in Aemilia, dopo l’assoluzione di primo grado, la condanna in appello e la decisione della Cassazione di rinviarlo ad un nuovo appello. E infine ricordiamo che l’11 luglio prossimo, tra pochi giorni, il GUP di Bologna si pronuncerà sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata dai PM Mescolini e Ronchi nei confronti di 11 persone, tra cui funzionari pubblici dello Stato, accusati di “Violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario”, con l’aggravante del metodo mafioso, in concorso con l’allora senatore PdL Carlo Giovanardi, membro della commissione parlamentare antimafia (sic). Il tutto all’indomani del terremoto, per ottenere la riammissione della Bianchini Costruzioni srl nella white list.

Ricordiamoci questi fatti per sottolineare come lungo la via Emilia uomini della politica abbiano spesso dialogato, più che combattuto, con la ‘ndrangheta. Ma gli atti di Grimilde  segnalano anche l’interessamento di un esponente di primo piano dell’altro versante, il centro sinistra, all’affare economicamente di maggiore rilievo dell’inchiesta.

Si tratta della vicenda emblematica che coinvolge la società Riso Roncaia spa di Castelbelforte, in provincia di Mantova. Emblematica perché racconta la “capacità della ‘ndrangheta di condizionare una impresa in situazione di difficoltà finanziaria, in una logica chiaramente proiettata… al raggiungimento del massimo profitto economico”, come scrive il giudice. Profitto per la ‘ndrangheta, naturalmente.

Questa “attrazione fatale”, che porta imprese del Nord ad affidarsi alle ricette della ‘ndrangheta per uscire da situazioni difficili, in questa storia ruota attorno ad una enorme fornitura di riso, per oltre sei milioni di euro, che la Roncaia spa deve consegnare alla AGEA, l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, sulla base di un bando finanziato dalla Comunità Europea. Riso che dovrà andare a popolazioni povere e bisognose. L’impresa mantovana consegna una prima tranche del 5% di riso, ma non è in grado di arrivare in tempo con la consegna di una seconda tranche del 25% entro il mese di luglio 2015, rischiando così di perdere un accredito di 2,2 milioni di euro. A risolvere il problema ci pensano Giuseppe Caruso e Salvatore Grande Aracri, che avevano già aiutato la Roncaia spa, in difficoltà finanziaria e gravata di debiti, ad ottenere linee di credito e a schivare la segnalazione nella Centrale Rischi della Banca d’Italia. Giuseppe Caruso, intercettato, si vanta addirittura di avere scomodato l’amministratore delegato di Unicredit Francesco Ghizzoni, che avrebbe a suo dire attivato l’ufficio legale della più grande banca italiana per risolvere il problema dei debiti della Roncaia.

Per non perdere il finanziamento milionario dell’AGEA i vertici della cosca e gli amministratori della spa, di comune accordo, si inventano la rottura di un macchinario certificata da falsi documenti, per ottenere una proroga nella consegna. Proroga per la quale viene coinvolto dal capogruppo di Fratelli d’Italia Caruso anche un esponente politico di altra casacca, europarlamentare del Partito Democratico fino a un anno prima ed ex vicepresidente della regione Calabria: Mario Pirillo, che era stato anche ai vertici dell’AGEA e quindi conosceva benissimo la materia.

Scrive il giudice Ziroldi: “Il tema ricorrente dei contatti con il Pirillo, emergente a più riprese e in modo inequivoco, era quello di far ottenere a Riso Roncaia una proroga della data di consegna della fornitura di cereali prevista dal bando”. Andarono fino in Calabria per incontrare Pirillo, e AGEA accettò la proroga della consegna versando i due milioni di euro sul conto della Riso Roncaia. Che però era finita in mano alla ‘ndrangheta e non se ne sarebbe più liberata, con dettagli che meritano di essere approfonditi.

Un’altra società che casca nelle mani dei Grande Aracri di Brescello, con un ruolo in questo caso giocato anche dal capo dei capi Nicolino, è la azienda Vigna Dogarina srl di Treviso, alla quale i Grande Aracri e Luigi Muto (’87) portano via tonnellate di vino per centinaia di migliaia di euro che non verranno mai pagati, mostrando credenziali false di false o vere società. In un caso, ad esempio, presentano alla Dogarina una fideiussione per tre milioni di euro apparentemente emesso dalla Banca Barclays nel 2013 e si portano via un milione di bottiglie di prosecco. Peccato che la fideiussione fosse falsa.

Le porcherie del caporalato sono quasi la ciliegina sulla torta del modus operandi della cosca che si incastra perfettamente con le attività svelate da Aemilia, tanto che tra gli indagati figurano anche i capi Romolo Villirillo e Alfonso Diletto.

Era Salvatore Grande Aracri a reclutare i lavoratori, promettendo una paga da 8 o 9 euro l’ora, fuori da qualsivoglia contratto collettivo. Un caso per tutti, sempre riferito al cantiere di Bruxelles in Belgio: l’operaio Francesco Sciano ha lavorato per 100 ore ricevendo 675 euro in contanti (6,75 euro l’ora) senza busta paga, senza indennità, senza contributi, pagandosi da solo il vitto nelle settimane dal 25 marzo al 13 aprile 2017.

La sindrome di Grimilde, diceva l’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti nel bellissimo e commovente libro: “Il contrario della paura”, edito due anni fa, ci impedisce di guardarci allo specchio per evitare di trovarci di fronte all’amara realtà. Come la strega di Biancaneve. Dopo gli arresti del gennaio 2015 non ci siamo guardati abbastanza allo specchio, a Reggio Emilia, convinti che bastasse il processo Aemilia a chiudere il problema. I fatti svelati dall’inchiesta Grimilde e gli arresti di ieri dicono che ci siamo raccontati una bugia.

 

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