ANNI SETTANTA A REGGIO EMILIA: STORIE DI CAPORALI, MINACCE E FICCANASO

15 Maggio 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

lettera anonima

15 novembre 1970: numero 18 del periodico “Reggio 15”, rotocalco di cultura, politica e attualità della provincia, diretto da Dino Medici. Titolo in copertina: “La mafia dei cantieri”. L’articolo si apre con una istantanea scattata al caffè di via della Croce Bianca, in pieno centro a Reggio Emilia, a pochi metri dalla Sala del Tricolore, “punto di incontro di un numeroso gruppo di giovani immigrati”.

Comincia così una poderosa inchiesta del quindicinale in due puntate, che da sole basterebbero a farci comprendere quanto sia profondo nello spazio e nel tempo il radicamento delle pratiche mafiose di sfruttamento della mano d’opera in edilizia e nei trasporti. A firmarla è Mino Minelli, pseudonimo dietro il quale si cela il giornalista (poi storico e studioso tra i più apprezzati e competenti della provincia) Antonio Zambonelli. Oggi ha più di ottant’anni ma ricorda bene quell’inchiesta, riesumata dal notiziario dell’ANPI nel 2016 all’apertura del processo Aemilia.

Già l’attacco del primo articolo promette bene: “La denuncia alla magistratura di un imprenditore edile reggiano e di un caporale cottimista di origine calabrese, offre l’occasione per riaprire il discorso sulla situazione della consistente massa di immigrati vittime di uno sfruttamento bestiale nei cantieri edili della nostra provincia”. Se lo sfruttamento è già “bestiale” nel 1970,  e il discorso va “riaperto”, significa che il problema era noto da tempo.

Dei due denunciati Giuseppe le Rose, 22 anni nativo di Cutro, è il caporale; Carlo Moretti, 41 anni, è l’impresario edile reggiano. “Due pesci piccoli” li definisce Zambonelli, le cui violazioni di legge “riguardano un po’ tutto. Mancata compilazione dei libri paga, appalto di mano d’opera, omesse comunicazioni all’Ufficio del Lavoro, mancata denuncia all’INAIL, omissione dei versamenti all’INPS e all’INAM, eccetera”.

Le Rose venne arrestato perché ad un incrocio risolse un diverbio sulla precedenza scendendo dalla sua Fiat 124 e puntando una pistola all’altro automobilista. Era una rivoltella con numero di matricola abraso e illegalmente detenuta. L’uomo si difese raccontando di essere un “onesto” lavoratore che di mestiere faceva appunto “il caporale”.

Il fatto di cronaca è solo l’inizio di una storia di massa che l’inchiesta racconta con dovizia di dettagli, rendendo evidente come già all’epoca lo sfruttamento dell’emigrazione e la domanda di lavoratori a basso costo fossero pratiche diffuse in provincia. Del resto un altro storico, il sociologo e insegnante di religione all’Istituto Secchi di Reggio Emilia Pietro Pattacini, racconta nel libro “La comunità di Cutro a Reggio Emilia”, che consigliamo di leggere: “Reggio Emilia ha fame di manodopera a partire dai primi anni ‘60 e a Catanzaro, nel 1973, ho visto affisso un grande manifesto con scritto: venite a Reggio Emilia, troverete un avvenire interessante e sicuro”.

Molti ragazzi evidentemente hanno risposto a quel richiamo, come ci spiega Zambonelli: “Man mano che le nuove leve di 13 o 14 anni arrivano a Reggio (da Cutro) per fare fortuna come i fratelli maggiori, vengono captate dai vari caporali che dicono loro: senza di me non troveresti lavoro, però non dire a nessuno chi ti paga o quanto ti paga, perché la gente di qua ci vede male”.

Si lavora 10 o 12 ore al giorno, senza sapere quando si verrà pagati; il compenso può essere ribassato per battere la concorrenza, ma girano voci su stipendi per lavoratori regolari che non superano le 5mila lire al giorno, mentre i caporali pagano a volte anche 7-8mila i ragazzini alle prime armi. Per loro, che tanti soldi così non li hanno mai visti, “fin che tutto fila liscio la vita è bella”.

I guai nascono, prosegue Zambonelli, “quando il cottimista si infortuna o si ammala, o se si ammala la moglie o il figlioletto”. Quando diventa dura “dormire a gruppi di 10 o 15 in stanzoni di case fatiscenti, o nelle baracche dei cantieri, o in tre sopra ai sedili di una vecchia Fiat 1100 parcheggiata nei pressi del cantiere”, come il giornalista ha visto con i propri occhi.

Durante l’inverno questi ragazzi tornano spesso al Sud e dovranno vivere di quanto hanno guadagnato a Reggio Emilia, sapendo che nessuno darà loro la gratifica natalizia o la cassa integrazione o il compenso per le centinaia di ore straordinarie lavorate in più rispetto ad un operaio regolare.

“Quanto guadagna un caporale è difficile stabilirlo, perché variano le tariffe mercanteggiate di volta in volta con l’impresa che richiede i cottimisti. E al di sopra dei caporali ci sono veri e propri ‘mammasantissima’ con funzioni di rigoroso controllo delle piazze di Reggio e di Modena, capaci di bloccare ogni possibilità di lavoro a chi intendesse operare al di fuori del loro controllo”.

Diversi ragazzi cutresi con cui Zambonelli ha parlato gli raccontano “di avere nostalgia dell’aria di casa. Si sentono come degli esiliati e hanno in cuore una idea fissa: tornare al paese per ricostruire la famiglia”. Perché non è infrequente, aggiunge il giornalista, che qualche lavoratore edile reggiano scambi la lotta al cottimo per la lotta al cottimista: “Lavorate come bestie, lavorate anche al sabato e nelle mezze feste, ma che razza di gente siete? Così i cutresi continuano, salvo rare eccezioni, a far comunella soltanto coi cutresi tra Piazza Casotti e il lato nord di Piazza Prampolini”.

Il loro gruppo si fa dunque sempre più grosso ed è lì, a pochi passi dal Municipio di Reggio Emilia, che “si svolge il mercato del lavoro, come nelle piazze assolate del meridione, dove i caporali vanno a palpare i muscoli dei braccianti da assumere” per scegliere quelli più in forma. Sono trattative discrete quelle di Piazza Casotti, davanti al barettino di via della Croce Bianca e con i profumi del pisciatoio pubblico ricavato al piano terra del palazzo municipale. Discorsi a bassa voce o in stretto dialetto calabrese, con la conclusione amara di Zambonelli che gli “aspetti paramafiosi di questa complessa rete di rapporti umani, trapiantati dalla Calabria a Reggio Emilia, non avrebbero potuto attecchire e non potrebbero svilupparsi se non avessero trovato in loco un terreno favorevole nelle esigenze di sempre maggiori profitti delle imprese”.

Arriviamo così all’origine del tutto, al vile “dio denaro” che batte bandiera cutrese e reggiana senza distinzione, al quale è sacrificabile qualsivoglia principio di civiltà e di convivenza oltre che di rispetto delle leggi.

E se qualcuno pensa che Antonio Zambonelli abbia caricato troppo la sua inchiesta nel 1970, ingigantendo le cose, basta aspettare le conseguenze del primo articolo per scacciare la colpevole illusione. Una settimana dopo il giornalista riceve una lettera anonima, sgrammaticata, scritta con un normografo e in parte corretta a mano, dove si legge testualmente: “A Mino Minelli, ficcanaso. Se continui a scrivere tutte quelle fandonie sui cutresi sarai un uomo morto. Se vuoi un consiglio lascia Reggio entro giovedì senza scrivere altro su Reggio 15. Se ai capito sparisci o ti troveranno sforacchiato con questa (il disegno di una pistola)”.

Firmato: “La mafia di Cutro. Crepa vigliacco”.

“Ai” senza la h iniziale; sgrammaticato come il pizzino lasciato nel febbraio 2019 davanti ad una pizzeria di Reggio in un tentativo di estorsione: “Ai sottovalutato il problema…” La storia a volte è ripetitiva…

Antonio Zambonelli era in piazza il 7 luglio 1960 quando le forze di Polizia spararono ai lavoratori in sciopero che manifestavano, uccidendo cinque persone. Continuò a scattare foto per l’Unità (sono quasi tutte sue quelle che ancora ci ricordano i fatti del terribile giorno) nonostante, come mi ha raccontato, “le pallottole delle mitragliatrici mi passavano sopra la testa facendo cadere i rami degli alberi”. Ci vuole altro che un pizzino minaccioso per spaventarlo. E infatti quindici giorni dopo esce la seconda parte dell’indagine, che mostra il foglio presumibilmente scritto da “giovani cottimisti di Cutro che scambiano l’attacco a chi li sfrutta per un attacco a loro medesimi”. Ma l’inchiesta non attacca le vittime del caporalato, i lavoratori, che anzi lavorano più degli altri prendendo “577 lire all’ora in meno sotto forma di salario differito” come documenta con rigore Zambonelli. Ad essere attaccati, o per meglio dire chiamati in causa, sono “le gravi responsabilità dell’Ispettorato del Lavoro incapace di intervenire”, sono “gli industriali edili di Reggio Emilia che con i cottimisti intendono limitare la forza di contrattazione dei lavoratori regolarmente assunti”, sono “le forze sociali, i partiti, i sindacati di classe, che hanno un compito che è loro proprio: far emergere la speculazione ai danni della mano d’opera in edilizia” sulla quale si innesta e si radica il fenomeno mafioso.

Un compito che nel 1970 come oggi sembra non interessare la politica e men che meno le associazioni imprenditoriali. Replicava allora all’inchiesta di Zambonelli, con una lettera inviata al giornale, il segretario della Federazione Provinciale Artigiani Edili Mario Gibertoni, che diceva: “Sarebbe anacronistico pretendere che imprese grosse e piccole edificassero seguendo metodi validi trenta o quaranta anni fa. Quando una impresa appalta i lavori non fa altro che compiere un atto basato sulle leggi economiche del mercato legate ai costi della mano d’opera”. Come oggi appunto. E con il plauso, allora come oggi, dei “mammasantissima” che tra le leggi del mercato ci sguazzano.

 

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