PRIMO MAGGIO MAGARI SENZA MAFIE

27 Aprile 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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C’è un altro modo per raccontare l’infiltrazione mafiosa della ‘ndrangheta in Emilia Romagna e più in generale al nord. Non è la storia dei criminali inviati al confino che infettano il territorio, di Totò Dragone, Pasquale Voce e Antonio Arena che tengono all’inizio degli anni Ottanta il “G7 della ‘ndrangheta a Reggio Emilia”, per usare la colorita espressione del collaboratore di giustizia Antonio Valerio.

L’altro modo è seguire le tracce del caporalato, dello sfruttamento dei lavoratori per abbattere i costi e massimizzare i profitti, dei badili e del gesso che manovali capaci venuti dal sud sapevano usare nelle costruzioni meglio di chiunque altro, senza per questo ricevere in cambio paghe e diritti superiori agli altri. Anzi.

E’ una storia che inizia negli anni Sessanta, che unisce la migrazione della mano d’opera dettata dal bisogno a quella delle scorciatoie illecite dettata dalla brama di soldi.

“Nel 1967 partirono i primi verso Reggio Emilia: una decina di cutresi tra cui anche mio padre. Sono tornati tutti giù, ma poi ci hanno riprovato tra il 1970 e il ’74: Peppe Tufo, Brugnano che poi andò a Milano, i Turrà, Salerno, Emilio Caccia, Ciccio Ameglio, il suocero di Brescia. Vennero in tanti dopo, e cominciarono a portare sempre più persone, a portare manovalanza e a fare caporalato già all’epoca, sia sul lavoro che nel dormire. Perché prendevano un appartamento e ci mettevano dentro venti, trenta persone. Come fanno con i neri adesso, dottoressa: era la stessa cosa. Quando sono arrivato io sono andato a vivere con altre quattro persone in un monolocale piccolo come questo: i letti, un bagno e la doccia. Amen. Perché c’era richiesta di operai, di manovalanza, e siamo arrivati tutti qua a fare gli intonacatori inizialmente, perché qua l’intonaco non lo sapevano fare. Poi pian piano abbiamo cominciato a fare i muri, a fare carpenteria, e poi la costruzione finita, e da qui si comincia a crescere. I cutresi cominciano a crescere. E poi l’espansione incontrollata, con il piccolo muratore che diventa imprenditore, il piccolo imprenditore che diventa piccolo costruttore e poi grosso costruttore. Sempre sfruttando il caporalato, e dopo anche la falsa fatturazione, che ha cominciato a portare tutti quegli inneschi e meccanismi che poi si aprono a ventaglio…”

E’ la sintesi in un minuto di un processo storico lungo decenni, che Antonio Valerio racconta al PM Beatrice Ronchi nell’interrogatorio del 24 settembre 2017. Un processo che negli anni Ottanta esplode e i migranti dal sud diventano “flotte che arrivavano, tipo come adesso con i barconi che arrivano a Lampedusa. Noi arrivavamo a Reggio Emilia. Ecco, allo stesso modo, sembravamo sfollati”.

Valerio ha una storia personale alle spalle esemplare, se ci dimentichiamo un attimo della ‘ndrangheta di cui è esponente di spicco, in grado di spiegare le tante ragioni di questa “flotta di persone” che sale dalla Calabria all’Emilia. Perché lui nel 1977 si trova a undici anni, dopo l’uccisione di suo padre a Cutro, a dover racimolare i soldi per sostenere la famiglia: “Andavo a lavorare nei campi dottoressa. Facevo sette, otto ore di lavoro con la schiena abbassata con una piccola vanga di trenta centimetri a zappare le barbabietole, i pomodori, i ceci. Maledetti quei ceci che avevano la salsedine e ancora ricordo come bruciava la pelle. Oltre a studiare facevo pure questo, e tante volte saltavo la scuola, anche se ero pure bravo a scuola, però mi dovevo sacrificare perché lì il lavoro per le donne non esisteva proprio e mia mamma aveva trentacinque anni, vedova con tre figli e a casa qualcuno doveva provvedere. E a scuola quando c’era la festa del papà tutti quanti scrivevano la letterina e io non potevo farla. E non credevo ancora di avere delle lacrime, perché ne ho date tante…”

E piange Antonio Valerio mentre racconta questa storia di gioventù nell’interrogatorio: piange anche se la salsedine dei ceci gli aveva bruciato la pelle e consumato le lacrime nei campi della gioventù.

A rendere più drammatica la migrazione forzata al nord di migliaia di persone che hanno vissuto storie simili ci sono però le aggravanti dell’illegalità e del crimine che ci raccontano le cronache di Aemilia.

Prima l’illegalità dello sfruttamento, perché al nord chi dava lavoro “sulle persone ci guadagnava. Gli tiravano le ossa, il sangue, glielo risucchiavano con la siringa.” I datori di lavoro prendevano “20mila lire all’ora e a chi lavorava gliene davano 10mila. Guadagnava di più chi faceva il caporale che chi andava a lavorare”.

Poi il crimine della ‘ndrangheta che su questa filosofia ci sguazzava, offrendo uomini e ore di lavoro ai prezzi più competitivi in un mercato locale capace di trattare la mano d’opera in edilizia come i raccoglitori di ceci a Cutro.

Valerio racconta in aula il 26 settembre di avere lavorato nel 1986 per i fratelli Vertinelli a Parma in una ristrutturazione complessa nei pressi dell’Arco di San Lazzaro, al servizio di un facoltoso imprenditore: Amerigo Botti. E’ in quel periodo che Palmo Vertinelli comincia secondo Valerio il caporalato: “Porta persone da Casabona, da Strongoli, incomincia a portare decine e decine di persone, con due, tre viaggi al giorno con un Bedford sempre pieno. Ma zeppo, la gente ammassata. Trenta, quaranta, sono arrivate fino a ottanta persone lì dentro dottoressa! E quando arrivava l’Ispettorato del Lavoro pure su quello erano capaci a sistemare le questioni.”

PM Beatrice Ronchi: “Quindi chiudevano un occhio?”

Antonio Valerio: “Anche tre ne chiudevano. Pure se ce ne avevano uno dietro lo chiudevano dottoressa; non solo quelli davanti ma pure dietro”.

Agli imprenditori, mafiosi e non, responsabili di azioni illecite, le inchieste di Aemilia hanno dato nomi e cognomi che debbono oggi rispondere del loro operato.

Ma la “flotta degli emigrati”, quegli ottanta poveri cristi stipati dentro al furgone, che hanno subito le violenze del caporalato e dello sfruttamento, restano un insieme senza volti e senza identità.

A parte l’unico caso di un uomo che ha deciso di costituirsi parte civile al processo, spaventato e minacciato prima della sua deposizione in aula tanto da non trovare la forza, nell’aprile del 2017, di ribadire la sua denuncia davanti al presidente Francesco Maria Caruso. Antonio Balzano ha detto semplicemente: “Tengo famiglia, ho dei figli, ho paura”. E il collegio dei giudici ha deciso che quelle parole potevano bastare come prova di illecite pressioni. Gli imputati dietro le sbarre non hanno gradito ed hanno iniziato a protestare. Il giudice ne ha espulso uno e gli altri in gruppo l’hanno seguito. Contestazioni e solidarietà a questo livello non si sono mai viste attorno agli altri presunti crimini oggetto del processo.

Da queste storie discende il senso della costituzione di parte civile dei tre sindacati regionali CGIL, CISL, UIL e delle Camere del Lavoro delle due città più colpite dalla ‘ndrangheta: Reggio Emilia e Modena.

“Se il lavoratore non può parlare perché teme le ritorsioni dell’impresa o del padrone; se il mercato è alterato da offerte che non rispettano le regole pur di abbassare i costi; se il confronto tra lavoratori ed impresa viene falsato dal ricatto esplicito verso le persone e dai lucchetti ai cantieri per tenere fuori il sindacato; se accadono queste cose non c’è libertà, non c’è democrazia, non si riesce ad esercitare la rappresentanza”.

Sono parole pronunciate in aula esattamente un anno fa dal segretario regionale della CGIL Luigi Giove. Parole che fanno eco alle decisioni del Giudice dell’Udienza Preliminare Francesca Zavaglia del novembre 2015, quando ammise i sindacati tra le parti civili: “La legalità e la trasparenza delle regole che governano l’attività di impresa sono strettamente connesse al buon funzionamento di tutto il mercato del lavoro e in particolare alla stabilità dei rapporti, alla sicurezza degli ambienti di lavoro e alla soddisfazione delle aspettative di remunerazione del lavoratore”.

C’è di conseguenza la consapevolezza, aggiunge il giudice, “che la compromissione della legalità del quadro di riferimento e dell’agire dei suoi operatori frustra all’origine l’effettività di ogni azione di tutela del lavoro”.

Come a dire: quelle migliaia di lavoratori fantasma che subiscono il caporalato, le minacce, la restrizione dei diritti, vengono colpiti sia direttamente che indirettamente, non potendo appoggiarsi ad un sindacato che li tuteli.

L’avvocato Gian Andrea Ronchi, che ha presentato ricorso per la CGIL alla Suprema Corte di Cassazione, ha messo in risalto questo passaggio dell’ordinanza del GUP nella propria richiesta di revisione della sentenza emessa dalla Corte d’Appello nel rito abbreviato di Bologna. La dott.ssa Cecilia Calandra, il 12 settembre 2017, aveva confermato la sentenza di primo grado che riconosceva al sindacato il danno provocato dal caporalato nella gestione della mano d’opera post terremoto da parte della Bianchini Costruzioni (capo 90 di imputazione) ma non il danno complessivo legato alla presenza della cosca nel territorio regionale. In punta di diritto la sentenza richiamava la mancanza esplicita di un riferimento, negli statuti del sindacato, al “contrasto alle associazioni di stampo mafioso”, mentre è esplicitato che il sindacato “indirizza la sua azione… alla lotta alla criminalità”.

Se non è zuppa è pan bagnato, e la speranza è che la Cassazione, così come i Giudici del processo ordinario di Reggio Emilia, privilegino la sostanza alla forma.

Le indagini della DDA raccontano che il 12 agosto 2012 Michele Bolognino, imputato come uno dei capi emiliani della cosca Grande Aracri, chiede ad Augusto Bianchini, rinomato imprenditore modenese a cui presta muratori e carpentieri nei cantieri della ricostruzione post terremoto, di concedere un po’ di riposo agli operai. Ma Bianchini risponde di no e gli dice di procurargli dieci operai per il giorno dopo sul cantiere della scuola di Mirandola dove è previsto un controllo delle autorità. Bolognino provvede a spostare operai dal cantiere del cimitero di Finale Emilia e impartisce gli ordini al suo uomo Antonio Scozzafava: “Domattina mi servono tutti là alle scuole. Sospendi il cimitero. Mi servono tutti là perché domani c’è il controllo e devono vedere che siamo tutti là. Con i giubbotti tutti belli puliti, eh!!”.

Coi giubbotti puliti, per fare bella figura.

Di bello ci sarebbe che questi operai senza nome e senza diritti, spostati come oggetti di poco conto, potessero essere tutti parte civile al processo.

E per non lasciarli soli in balia delle minacce l’unico modo è che la parte civile riconosciuta contro i responsabili del capo uno di imputazione, l’associazione criminale di stampo mafioso, sia il sindacato.

Buon Primo Maggio a tutti i lavoratori.

 

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