LE ARMI

20 Giugno 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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Secondo l’avvocato Giulio Garuti, che difende al processo Aemilia l’intera famiglia dell’imprenditore modenese Augusto Bianchini (accusato di concorso esterno in associazione mafiosa), i capi di imputazione di cui rispondono i suoi clienti sono “fluidi e sfuggenti”. L’espressione rende bene l’idea di qualcosa privo di forma che scappa di mano, come una inchiesta “piena di punti oscuri o di buchi neri, per nulla chiara e scontata”. Torna nelle sue parole, all’ottavo giorno di arringhe difensive, un tema che accomuna gli avvocati di molti imputati: la falsa fatturazione è un conto, l’appartenenza alla ‘ndrangheta un altro. E quell’appartenenza, anche secondo Garuti, i PM non sono riusciti a dimostrarla.

Emulando il collega Roberto Filocamo, che alcuni giorni fa aveva citato Kafka per dire: “La sentenza non arriverà a fine processo; è il processo stesso che poco a poco si trasforma in sentenza”, l’avvocato Garuti va all’attacco di Mescolini e Ronchi: “Si è leso il diritto della difesa per genericità dei capi di imputazione, attendendo che siano poi i giudici a riempirli di contenuti”.

In sottofondo, come tema ricorrente di queste giornate, c’è l’idea che Aemilia spaccia per mafia ciò che è prassi comune nel moderno contesto economico. Ma i danni all’erario, ammesso che vengano provati, non giustificano l’onta dell’accusa di partecipazione esterna ad associazione mafiosa.

Questa mafia moderna, economica, che forse mafia non è, creativa e contagiosa nell’invenzione delle frodi fiscali e della falsa fatturazione, potrebbe quasi passare per simpatica a chi è tollerante sugli strumenti idonei a far soldi e a chi ha una visione flessibile della legalità: “tu la devi rispettare, io posso fare qualche eccezione”.

Ma in realtà la ‘ndrangheta è ‘ndrangheta e se le arringhe del processo possono permettersi di eludere il tema, ci pensa poi la cronaca a rammentarcelo.

Domenica 17 giugno abbiamo appreso dai giornali che a Reggio Emilia sono stati trovati e sequestrati, al termine di una operazione dei Carabinieri, esplosivi ed armi sufficienti “per una piccola guerra”.

Tre pistole, due revolver, nove tra fucili automatici, semiautomatici, carabine, fucili da caccia, a canna intera e a canne mozze. Poi un silenziatore, un congegno per l’innesco di bombe, una bomba rudimentale con sfere d’acciaio, polvere da sparo e materiali esplosivi, migliaia di cartucce, pugnali e balestre.

Tre persone sono state arrestate. Uno, Alfonso Vasapollo, è in carcere, mentre per gli altri due, Giovanni Audia e Giuseppe Minarchi, il giudice Ghini ha disposto gli arresti domiciliari (il PM Valentina Salvi si è opposta). Il primo risiede a Reggio, il secondo a Cadelbosco Sopra, il terzo a Castelnovo Sotto.

A chi servissero le armi, per che cosa, e a chi siano collegati questi tre signori, attendiamo di saperlo dalle indagini. I due agli arresti domiciliari sono originari della provincia di Crotone. Il terzo in carcere ha un cognome da brivido: Vasapollo, come il Nicola ucciso nella sua casa a Pieve Modolena nel ’92 dagli uomini di Grande Aracri.

Le armi servono per sparare, per intimidire, per uccidere. E le armi sono la prima firma della ‘ndrangheta, a meno che non pensiamo che con quell’arsenale i tre volessero andare a caccia di fagiani.

Aemilia è ben altro che un processo a imprenditori edili piuttosto fantasiosi nell’inventarsi metodi per accrescere gli utili. In Aemilia le armi sono di casa in casa degli imputati. A doverne rispondere sono Michele Bolognino, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri, Antonio Silipo, Gaetano Blasco, Roberto Turrà, Graziano Schirone, Giuseppe Richichi, Vincenzo Migale, Giulio e Salvatore Muto, Pierino Vetere, Salvatore Colacino, Domenico Grande Aracri e Domenica Tattini. Gli ultimi due sono stati trovati a Sona in provincia di Verona con un detonatore da guerra. Gaetano Blasco era un vero armiere esperto che faceva transitare per Reggio Emilia pistole e fucili provenienti dalla Germania e dirette in Calabria.

Un uomo apparentemente molto mite come Alfonso Paolini, nella telefonata intercettata del 12 luglio 2012, dice a Nicolino Sarcone:

“Noo, mi hanno detto che se non faccio ricorso entro un mese mi tolgono tutte le armi!”

Sarcone: “Ti tolgono le armi??!!”

Paolini: “Sì, perché cammino con te, con Floro Vito Giuliano, con la Scimmia (Alfonso Diletto), con Giuseppe…”

Sarcone: “Pure con me?!? C’è scritto il mio nome?!?”

Paolini: “Eh, tu sei in prima fila, tu”

Sarcone: “Ma… la polizia o i carabinieri?”

Paolini: “Carabinieri. Però ce l’ha mandato il prefetto. Quella puttanona!”

Chi abbia detto a Paolini che deve fare ricorso rimanda al tema delle spifferate che uscivano dai comandi delle Forze dell’Ordine come la bora da Trieste.

Un’altra intercettazione ben più inquietante riguarda una conversazione nella tavernetta di Grande Aracri a Cutro il 28 luglio dello stesso anno. L’intenzione è distruggere e bloccare una centrale (presumibilmente eolica) per convincere chi deve ad affidare i lavori alle imprese della cosca.

Nicolino Grande Aracri: “Noi distruggiamo questi di qua, voi distruggete quelli di là. Lo dobbiamo fare! Facciamo saltare in aria. Sto aspettando che forse mi portano certe bombe a telecomando, no!, Già preparate con il C4. Una la mettiamo là, una la mettiamo qua. Allo stesso orario!”

Pasquale Arena: “Sì, sì!”

Nicolino Grande Aracri: “Boom! Piglia ed esplodono”

Pasquale Arena: “Finisci nella storia!”

Nicolino Grande Aracri: “Qua gli abbiamo messo una landra (bidone) piena di dinamite, di tritolo.. Che gli ha piegato un palo dall’altra parte. E gli ho mandato a dire: ci dovete dare la gestione. Se ci date la gestione, noi smettiamo.”

Il C4 è un esplosivo al plastico che non ha scadenza, molto apprezzato per la sua durata, resistenza, sicurezza.

Gli uomini della cosca Grande Aracri gestivano un commercio illegale di armi provenienti dall’estero già nel 2002, come accertato dalla operazione Grande Drago. A trasportarle poi al sud erano l’armaiolo della cosca Salvatore Blasco (buon cognome non mente) assassinato nel 2004 e Vincenzo Frontera collegato con Alfonso Mesoraca che operava in Emilia Romagna.

L’indagine Edilpiovra iniziata sempre nel 2002 mise in luce un gruppo organizzato riferibile alla famiglia Amato, dicono i verbali di Aemilia, dedito “al furto di automezzi, ad incendi, ad attività estorsive, e alla detenzione di armi da fuoco.”

L’indagine Pandora che ha riguardato la guerra tra i Grande Aracri Nicoscia Capicchiano da un lato e gli Arena Trapasso Dragone Megna dall’altro, ha provato l’esistenza di attività criminose in particolare nella gestione e nel traffico d’armi, con notevoli “ripercussioni sul territorio emiliano”. Attivo in particolare a casa nostra era Michele Pugliese detto Macchietta, nipote acquisito di Salvatore Nicoscia.

I collaboratori di giustizia non sono meno loquaci sulle armi.

Il 6 marzo 2012 il maresciallo Calì chiede a Francesco Oliverio: “La ‘ndrina ha disponibilità di armi ad uso comune, affidate ad un armiere, diverse da quelle che possiede ciascun affiliato a titolo personale?”

Oliverio: “Sì, la ‘ndrina del posto ci ha un armiere. Ma non so quante ce ne hanno, di fucili e di pistole”

Aggiunge Angelo Salvatore Cortese: “Francesco Lamanna, Frontera, Alfonso Martino, i Sarcone Nicolino e Gian Luigi, Antonio Valerio: questi le armi ce le hanno, ce le hanno garantite, passano attraverso persone che sono proprio operative”.

Poi c’è Antonio Valerio che è un fiume in piena. Dice nell’interrogatorio del 15 luglio 2017: “Le armi le tengono Gino o Vincenzo Elicrisio, al Ghiardo, in un garage dove basta spingere di fianco e si apre la porta. Un certo Mounir Ferjani doveva avere dei soldi da Gaetano Blasco che si sente toccato e mi dice: a ‘sto cornuto gli ho messo davvero la pistola in testa. Era una 7,65 che teneva da Gino”.

PM: “E perché le dava a terzi, le armi?”

Valerio: “E che, se le teneva in casa lui, dottore? La prima perquisizione lo arrestavano, no? Invece in quel modo erano nella disponibilità.”

Ma non è uno solo l’armiere possibilmente incensurato, secondo Valerio: “Non è che erano uno solo. Ognuno aveva i suoi punti di riferimento, persone che magari: mi serve, me la porti subito.”

Valerio se ne intende di armi e sa come prendere due piccioni con una fava: ingraziarsi il grande capo e fare provvista di mezzi di difesa/attacco.

Valerio: “C’era sta simpatia particolare con Nicolino Grande Aracri, perché quando andavo giù a Cutro io gli portavo sempre un paio di milioni, o quattro o cinque, e mi compravo qualcosa da tenere: armi col silenziatore, o di precisione per Blasco”.

Dove si tengono queste armi normalmente? La ‘ndrangheta moderna di Valerio è moderna anche in questo. Non c’è più solo un armiere, non c’è più solo una armeria: “A Cutro ci sono tanti garage vuoti, tante case vuote. Vanno ad infilarsi dappertutto le armi. Fate presto: pigliate le unità cinofile, fatevi un giro a Cutro. Sa quante ne trovate? Con i Tir ci dovete andare. E a Reggio Emilia pure, non è che mancano i posti. Luigi e Peppe U ‘Nciurro che abitano a Bibbiano, Salvatore Silipo, Alfonso Mendicino.”

E il 2 agosto aggiunge: “Erald e Gheorghi Zefi mi vendettero un mitra a ripetizione per 600 euro. I proiettili me li diede Gianni Mereu, un sardo che vive a Traversetolo e vende armi, con cui dovevamo fare un furto di cadavere. Il mitra lo porta Gheorghi a casa di Eugenio Sergio, a Cadelbosco, in via Viazza. Sono munizioni buone anche per il kalashnikov e per l’AK 47”.

Non le sentite mai sparare di norma queste armi, in provincia, perché fino ad oggi non erano in corso guerre di potere. E perché, come dice Valerio: “Qui a Reggio una persona di media intelligenza non le prova per strada o nei campi. Uno sente il botto e chiama i carabinieri”.

Ma ci sono, sono al servizio della ‘ndrangheta. Servono per difendersi e per offendere. Sono nascoste in posti sicuri, soprattutto se prima di una retata qualcuno informa la consorteria che stanno per arrivare i nostri. E questo significa “controllo del territorio”.

Questa volta gli è andata male ai magazzinieri delle armi, forse perché i Carabinieri cercavano droga e hanno trovato revolver. Ma l’arsenale sequestrato si può ricostruire.

A cosa e a chi servisse, è il quesito più inquietante.

 

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