LA CGIL DELL’EMILIA CALABRIA

14 Luglio 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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L’Emilia Calabria è una nuova regione a “statuto speciale”, direbbe Antonio Valerio, il pentito anomalo che l’espressione se l’è cucita addosso durante gli interrogatori del processo Aemilia.

Di speciale e di anomalo nell’Emilia Calabria c’è una doppia e contraddittoria spinta propulsiva. Da un lato la ‘ndrangheta, che l’ha coltivata nel tempo come la sua terra unitaria di radicamento e di sviluppo, sebbene sia divisa in due grandi aree separate da mille chilometri di distanza. Dall’altra chi si ostina a denunciare il pericolo di questa coltivazione per la rapidità con cui si diffonde e la difficoltà con cui si estirpa, proprio come una gramigna che infesta e soffoca i raccolti sani e necessari alla vita.

Su questo secondo fronte si è mossa giovedì 12 luglio la CGIL delle due regioni da cui prende vita l’Emilia Calabria, invitando a parlare del problema sindacalisti, uomini e donne dello Stato, rappresentanti delle istituzioni e della società civile. L’incontro si è svolto a Cirò Marina, nel comune di Crotone, oggi commissariato dopo lo scioglimento del Consiglio e l’arresto in gennaio del sindaco Nicodemo Parrilla, che da un anno era anche presidente della Provincia. Il luogo non è stato scelto a caso perché l’inchiesta Stige, che ha portato a 169 arresti contro la ‘ndrangheta della cosca Farao Marincola, ha importanti diramazioni anche nelle province di Parma e di Reggio Emilia, segno tangibile che l’Emilia Calabria esiste.

Al “sodalizio cattivo dei mafiosi” nelle due regioni, come lo ha definito la presidente uscente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, bisogna sostituire il “sodalizio buono” delle persone che tanto in Emilia quanto in Calabria scelgono di vivere nella legalità. E’ un compito impegnativo ma che spetta a tutti perchè, aggiunge, nessuno di noi può pensare di “avere un supplente” a cui delegare la battaglia. Tanto al Sud, dove la ‘ndrangheta è il primo problema della comunità, quanto al Nord e nel resto d’Italia.

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Il primo intervento dell’incontro, al quale ha partecipato tanta gente e soprattutto tanti ragazzi nel teatro comunale Alikia, è stato del segretario regionale della CGIL emiliano romagnola Luigi Giove. Pugliese di nascita e reggiano di formazione sindacale, Giove unisce Crotone e l’Emilia partendo da Stige e segnalando l’anomalia del versante parmense dell’inchiesta: siamo fuori dai settori classici di attività della ‘ndrangheta emiliano romagnola.

Non sono il gioco d’azzardo o l’edilizia o la droga gli ambiti in cui opera il grande imprenditore Franco Gigliotti, oggi agli arresti domiciliari e accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. E’ la meccanica di processo. Sono le catene di trasporto e confezionamento per il farmaceutico e la grande distribuzione, sono l’industria classica e il manifatturiero, attraverso il controllo o l’abbraccio di imprese capaci di operazioni spregiudicate, di negazione dei più elementari diritti dei lavoratori, purtroppo senza che le associazioni d’impresa abbiano nulla da obiettare.

“Troppi silenzi in Emilia Romagna” dice Giove, “Troppi: sì però… Sì però un corno!! Ma perché Confindustria non espelle le imprese colluse?!”

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Il nostro compito non può essere solo quello di scrivere la storia delle infiltrazioni mafiose, prosegue Giove; noi dobbiamo prevenire i fenomeni. Perché quando registriamo la violazione delle regole e delle leggi, il danno è già fatto. E il segretario racconta con efficacia la testimonianza nell’aula di Aemilia dell’unico lavoratore che ha avuto il coraggio di costituirsi parte civile perché vittima delle porcherie concepite all’ombra della ricostruzione nel post terremoto.

“Lo vedevo girare avanti e indietro teso e preoccupato. Cosa c’è, gli ho chiesto. E mi ha risposto: sono venuti a casa mia e mi hanno contato i figli. Uno, due, tre.”

Le intimidazioni e le minacce ai testimoni non sono sfuggite a chi dovrà giudicare le storie del processo Aemilia, ma appunto dicono chiaro già oggi che il danno è consumato.

Altri interventi della giornata hanno messo sul piatto lo spessore dei problemi sui quali è necessario operare. Il prefetto di Crotone Cosima Di Stani lo ha fatto con il coraggio di chi preferisce la verità e la denuncia al bendarsi gli occhi.

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Il giornalista Michele Albanese, minacciato dalla ‘ndrangheta per il suo lavoro e responsabile della legalità per la Federazione Nazionale della Stampa, ha parlato come sempre, coma anche a Reggio Emilia un anno fa, al cuore della gente. Ma questa volta la gente è quella della sua Calabria, alla quale dice: “Guai a chi non si inquieta di fronte alle mafie”.

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Tra i tanti altri che hanno parlato all’incontro anche il segretario della CGIL calabrese Angelo Sposato, il commissario prefettizio del comune di Cirò Marina Giuseppe Gualtieri, il sindaco di Grugliasco Roberto Montà in veste di presidente di “Avviso Pubblico”, la rete nazionale degli enti locali che intende tutelare e difendere attivamente la legalità democratica dagli attacchi del “contropotere criminale”.

Poi a chiudere i lavori è intervenuta la segretaria nazionale della CGIL Susanna Camusso che ha inquadrato il tema del contrasto alle mafie nella battaglia sempre più attuale per la difesa dei diritti, delle libertà e della democrazia. Toccando anche i diritti al sapere, all’educazione, all’appartenenza sociale, come condizioni indispensabili per la costruzione del futuro di comunità. Quanto sia debole e problematico, questo futuro, lo dice una semplice considerazione sul presente.

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Il convegno di Cirò era titolato “Vogliamo tutta un’altra Italia, libera dalle mafie e libera dal lavoro sfruttato”. Per costruirla è bene ricordare, come ha fatto il sindaco Montà, quanto le mafie e la corruzione ci portano via ogni anno attraverso il proprio fatturato illecito.

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Sono tanti. Dobbiamo pensare che questo mare di soldi ce lo hanno rubato e dobbiamo riprendercelo. A partire dall’Emilia Calabria.

 

 

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